3) Bayle. Sulla tolleranza.

Con lucida razionalit Bayle affronta il tema della tolleranza e
dimostra gli aspetti positivi ad essa collegati.
P. Bayle, Commentario filosofico, paragrafo secondo, capitolo
sesto (pagina 236).

Si suol dire che non esiste peste peggiore per uno stato che la
molteplicit delle religioni, la quale provoca discordie tra
vicini, tra padri e figli, tra mariti o moglie, tra principe e
sudditi. Rispondo che un tal discorso, ben lungi dall'essere un
argomento contro di me,  anzi una prova assai forte in favore
della tolleranza; infatti se la molteplicit delle religioni nuoce
a uno stato,  unicamente perch l'una non vuole tollerare
l'altra, ma assorbirla avvalendosi delle persecuzioni. Hinc prima
mali labes;  questa l'origine del male. Se ciascuno praticasse la
tolleranza che io vengo predicando, ci sarebbe la stessa concordia
in uno stato diviso fra dieci religioni, che in una citt nella
quale le diverse consorterie di artigiani si tollerano e si
sopportano a vicenda. Tutto ci che potrebbe nascerne, anzi,
sarebbe una onesta emulazione a chi pio si segnalasse per piet,
per buoni costumi, per scienza; ciascuna si farebbe un punto di
onore di dimostrare che  la pio vicina a Dio, dando prova di un
maggiore attaccamento alla pratica delle opere pie e dell'amore
per la patria, a patto che il sovrano le protegga tutte
ugualmente, tenendole in equilibrio con la sua equit. Ora, 
evidente che una cos' bella emulazione sarebbe causa di
un'infinit di beni, e per conseguenza la tolleranza appare, fra
tutte le cose del mondo, la pio adatta a riportarci all'et
dell'oro, a creare un concerto e un'armonia di pi voci e
strumenti di diversi toni e note almeno altrettanto gradevole
quanto l'uniformit di una voce sola. Che cosa dunque impedisce
questo bel concerto di voci e toni cos' diversi gli uni dagli
altri? Si  che una delle due religioni pretende di esercitare una
crudele tirannia sugli spiriti, e forzare gli altri a sacrificare
ad essa le loro coscienze; si  che i re fomentano questa ingiusta
parzialit, abbandonando il braccio secolare alla furia tumultuosa
di monaci ed ecclesiastici; in una parola, tutti i mali derivano
non gi dalla tolleranza, ma dalla intolleranza_.
Per quanto concerne quell'enorme miscuglio di sette, indegno della
religione, che si pretende abbia origine dalla tolleranza, affermo
che si tratta del male minore e meno vergognoso per il
cristianesimo in confronto ai massacri, ai patiboli, ai saccheggi
e a tutte le crudeli esecuzioni capitali con i quali la Chiesa
romana ha cercato, senza riuscirvi, di conservare l'unit. Ognuno
che sappia rientrare in se stesso e consultare la propria ragione,
sar pio urtato leggendo nella storia del Cristianesimo questa
lunga serie di delitti e di violenze, di quanto potrebbe esserlo
vedendo la religione divisa in mille sette; quando si rendesse
conto che  umanamente inevitabile che gli uomini concepiscano, in
secoli e paesi diversi, le dottrine della religione in modo
diverso, e interpretino variamente ci che  suscettibile di
interpretazioni varie. Tutto ci deve dunque urtarci meno, che non
il vedere un uomo torturarne un altro per fargli ammettere
opinioni che non condivide, fino a condannarlo al rogo in caso di
rifiuto. Quando si riconosce che non siamo padroni delle nostre
idee, e che una legge eterna ci proibisce di tradire la nostra
coscienza, non si pu che fremere di orrore per coloro che
straziano il corpo di un uomo, perch costui professa certe idee
invece di certe altre, o perch vuole seguire i lumi della sua
coscienza;  cos' che i nostri operatori di conversioni, per
cancellare uno scandalo del cristianesimo, ne creano uno assai pio
grande_.
Cos' la vera religione non pu intraprendere secondo giustizia,
contro le false, quelle stesse azioni che essa troverebbe ingiuste
se perpetrate da queste ultime nei suoi confronti; di modo che,
quando anche fosse vero (il che non ), che la Chiesa romana sia
la religione vera, essa non potrebbe se non violando la giustizia
toglierci i nostri bambini, n quelli degli ebrei o dei turchi,
dal momento che non pu disconoscere che se noi portassimo via i
bambini dei cattolici per istruirli nella nostra religione,
commetteremmo un'ingiustizia palese. Il dire infatti, come molti
fanno, che la violenza perpetrata ai danni dei nostri bambini si
volge a loro profitto, perch li salva dall'inferno, non significa
nulla; perch gl'inglesi, i turchi, gli ebrei che rapissero i
bambini cattolici, potrebbero difendersi con lo stesso argomento,
non essendo essi meno persuasi che ci si danna al di fuori della
loro religione, di quanto non lo siano i membri della chiesa
romana.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quattordicesimo, pagine 471-473.
